Dopo l’attacco alla maratona
False piste e falsi ordigni. A Boston anche le pentole ora fanno paura
Boston. Nella fragilità del giorno dopo basta una sensazione per far saltare i nervi: due uomini che parlano arabo su un aereo, una valigia sfuggita ai controlli. Arrivano sulla pista dell’aeroporto Logan gli artificieri, le ambulanze, le squadre speciali, circondano il volo Us Airways 1715 proveniente da Philadelphia, fanno scendere tutti i passeggeri, i bagagli vengono allineati sull’asfalto e un agente conduce il cane antiesplosivi da una valigia all’altra. Sono arrivate centinaia di segnalazioni nella notte dopo l’attacco a Boston e per tutta la giornata di ieri, quando la luce abbacinante ha mostrato le cicatrici mai rimarginate dell’America.
8 AGO 20

Boston. Nella fragilità del giorno dopo basta una sensazione per far saltare i nervi: due uomini che parlano arabo su un aereo, una valigia sfuggita ai controlli. Arrivano sulla pista dell’aeroporto Logan gli artificieri, le ambulanze, le squadre speciali, circondano il volo Us Airways 1715 proveniente da Philadelphia, fanno scendere tutti i passeggeri, i bagagli vengono allineati sull’asfalto e un agente conduce il cane antiesplosivi da una valigia all’altra. Sono arrivate centinaia di segnalazioni nella notte dopo l’attacco a Boston e per tutta la giornata di ieri, quando la luce abbacinante ha mostrato le cicatrici mai rimarginate dell’America. L’Fbi ha perquisito nella notte un appartamento al quinto piano di un palazzo di Revere, nella parte nord di Boston, dove vive uno studente saudita di 22 anni ferito nell’attacco. Hanno portato via tre grosse sacche di documenti, ma nessuno è stato arrestato, contrariamente a quanto suggerivano i racconti più spericolati dei media.
Nella confusione suprema di cinguettii e rumors, il New York Post è stato il giornale che ha diffuso un bilancio delle vittime quattro volte superiore a quello ufficiale, ha lanciato la “pista saudita”, ha parlato di altri ordigni sparsi per la città, segno di un attacco ad alta complessità inarrivabile per un bombarolo pazzotico e solitario. Con tono assertivo e demistificante il capo della polizia di Boston, Ed Davis – vero eroe della reazione al terrore – ha smontato gli eccessi: le bombe sono due, quelle esplose attorno alle 14,50 di lunedì, ora locale, tutti gli altri “ordigni” rinvenuti si sono rivelati oggetti sospetti senza capacità esplosiva. Le vittime al momento sono tre, fra cui Martin Richard, di otto anni, e la ventinovenne Krystle Campbell. I feriti sono 176, dei quali 17 sono in gravi condizioni. Una quindicina hanno subìto amputazioni alle gambe, le bombe hanno colpito all’altezza degli arti inferiori. I più vicini alle esplosioni hanno severi danni all’udito. Fonti ospedaliere interrogate dal Foglio dicono che almeno un paio di persone sono ancora in pericolo di vita.
I medici hanno estratto dalle gambe dei feriti biglie metalliche simili a quelle contenute nei pallettoni da caccia e chiodi di piccole dimensioni scagliati da ordigni casalinghi costruiti con pentole a pressione. Bombe improvvisate di fattura simile sono comuni in Afghanistan e in Iraq. A microfoni spenti alcuni funzionari di polizia dicono che l’ipotesi dell’attentatore solitario, inizialmente scartata sull’onda dell’esplosione multipla, sta riprendendo corpo. Mike Allen, cronista del quotidiano Politico e grande esegeta dei meccanismi di Washington, riferisce di un’espressione molto usata nei corridoi della Casa Bianca: “Self-initiated, al Qaeda-inspired”, ispirato da al Qaida ma messo in pratica da un lupo solitario. Un funzionario del Pentagono sentito dalla Cnn dice che non ci sono indizi per pensare che le bombe, attivate da un timer e non da un cellulare, siano riconducibili ad al Qaida o a un gruppo straniero. Da quanto risulta al Foglio i federali stanno controllando uno a uno i partecipanti alla maratona e ci sono almeno sette persone nella lista dei potenziali sospetti. Barack Obama ha parlato di un “atto di terrorismo” la cui natura è ancora indecifrabile. Non c’è una pista che porta chiaramente verso la minaccia esterna o interna. L’obiettivo sembra troppo poco ambizioso e i mezzi troppo poco sofisticati per gli standard del terrorismo islamico. Manca un elemento simbolico forte, ed è proprio la cieca casualità che atterrisce la gente di Boston. Su Boylston street, nell’ultimo tratto della maratona, le persone arrivano di primissima mattina per lasciare mazzi di fiori lungo le transenne, pregare, fare silenzio. Nella notte gli swat con il mitragliatore e federali in abito scuro hanno sorvegliato un’area di dodici isolati completamente deserta. In sottofondo migliaia di bicchieri di plastica della maratona frusciavano sull’asfalto portati dal vento.
“Nulla sarà più come prima”
“Nulla sarà più come prima” è l’osservazione ricorrente. Al centro dello psicodramma della nazione c’è la paura di perdere, una volta ancora, la normalità; che le forze speciali che presidiano le transenne nel centro di Boston diventino presenze costanti agli angoli di strade senza obiettivi sensibili. “Se colpiscono qui significa che non gli interessa l’obiettivo, possono colpire ovunque”, dice una signora che indossa la felpa blu della Boston Athletic Association, l’abito a lutto di Boston. Non c’è una pista per spiegare l’atto terroristico ma c’è il terrore, tragico promemoria dell’impossibilità di “arginare il male” con una “ulteriore serie di barriere protettive”, come scrive Ross Douthat sul New York Times.
“Nulla sarà più come prima”
“Nulla sarà più come prima” è l’osservazione ricorrente. Al centro dello psicodramma della nazione c’è la paura di perdere, una volta ancora, la normalità; che le forze speciali che presidiano le transenne nel centro di Boston diventino presenze costanti agli angoli di strade senza obiettivi sensibili. “Se colpiscono qui significa che non gli interessa l’obiettivo, possono colpire ovunque”, dice una signora che indossa la felpa blu della Boston Athletic Association, l’abito a lutto di Boston. Non c’è una pista per spiegare l’atto terroristico ma c’è il terrore, tragico promemoria dell’impossibilità di “arginare il male” con una “ulteriore serie di barriere protettive”, come scrive Ross Douthat sul New York Times.